Ordoliberalismo e Public Choice Theory

Ordoliberalismo – la Scuola di Friburgo

La crisi della repubblica di Weimar e l’ascesa del nazionalsocialismo non impedirono la ricerca di una via tedesca al liberalismo da parte di un gruppo di studiosi, i quali, già durante gli anni del regime nazista, si raccolsero intorno alla guida del professor Walter Eucken. Detto gruppo assunse il nome di Scuola di Friburgo e la filosofia che la ispirava venne chiamata “ordoliberalismo”, dal titolo della rivista “Ordo”, fondata da Eucken nel 1940. Decisamente più critici di Adam Smith rispetto alla fede in una spontanea armonia che sarebbe dovuta scaturire dall’opera della “mano invisibile”, gli ordoliberali, anche noti come i fautori della economia sociale di mercato (Soziale Marktwirtschaft), hanno contribuito in modo sostanziale all’evoluzione della teoria economica, ed in particolar modo a quella branca dell’economia che incontra il diritto, e del diritto che incontra l’analisi economica, avendo sostenuto l’idea che il sistema economico per esprimere al meglio le proprie funzioni produttive-allocative dovrebbe operare in conformità con una “costituzione economica” che lo Stato stesso pone in essere. Si tratta di una visione politico-economica che non ha nulla a che vedere con la pianificazione economica centralizzata o con una politica statale interventista. Per il semplice motivo che il ruolo dello Stato nell’economa sociale di mercato non è semplicemente quello di “guardiano notturno”, tipico del liberalismo del laisser-faire, bensì è quello di uno “Stato forte” che si preoccupa di contrastare l’assalto contro il funzionamento del mercato da parte dei monopoli e dei cacciatori di rendite.

Tra gli studiosi che contribuirono all’elaborazione e alla diffusione dell’ordoliberalismo possiamo annoverare economisti come Alexander Rüstov e Wilhelm Röpke e giuristi come Hans Grossman-Dörth e Franz Böhm; questi ultimi condirettori insieme ad Eucken della rivista “Ordo”.

Potremmo sintetizzare il contenuto della teoria politico-economica ordoliberale nell’affermazione che gli autori della Scuola di Friburgo riconoscevano il ruolo e la funzione dello stato e nel contempo erano strenui avversari di ogni forma di dirigismo. Intendiamo dire che per la teoria ordoliberale il mercato è un sistema di relazioni che necessita di essere organizzato giuridicamente dallo stato e che lo stato non dovrebbe in alcun modo modificare i risultati che provengono dai processi di mercato. In questa prospettiva, gli ordoliberali, nell’ambito delle politiche economiche internazionali, si espressero a favore delle liberalizzazioni degli scambi e, di conseguenza, avversarono tutte quelle politiche creditizie e fiscali che a loro avviso avrebbero potuto incentivare le concentrazioni di capitale. Riguardo alla politica economica interna, si mostrarono estremamente scettici nei confronti dell’interventismo di stato nel campo sociale ed evidenziarono gli effetti deresponsabilizzanti sulla condotta individuale di un atteggiamento paternalistico da parte dello stato.

La Scuola di Friburgo parte dall’ipotesi che “l’ordine di mercato è un ordine costituzionale, cioè un ordine caratterizzato da un quadro istituzionale che, come tale, è questione di scelte costituzionali (esplicite o implicite). è una Scuola i cui rappresentanti suppongono che i processi di mercato funzioneranno bene o male in ragione della natura del quadro giuridico e istituzionale all’interno del quale essi si situano, e che la questione di sapere quali regole debbano o non debbano figurare in questo quadro è un affare di scelte istituzionali tenendo conto dei vantaggi rispettivi di ciascuna delle scelte possibili”.

Il contributo più originale dell'”ordoliberalismo” è stato di aver aggredito le problematiche del mercato concorrenziale a partire da un approccio istituzionale. Gli “ordoliberali” hanno colto l’idea che l’ordine concorrenziale è di per sé un “bene pubblico” e in quanto tale andrebbe tutelato. La scuola di Friburgo ci aiuta a comprendere che esiste una dimensione istituzionale nel paradigma liberale, dimensione negata o, quanto meno, assente in gran parte della letteratura liberale di matrice libertaria, accecata dall’idea che possa esistere un “mercato non intralciato”. Il programma di ricerca degli “ordoliberali” ha incentrato l’attenzione sul fatto che l’idea liberale di una società libera è un’idea costituzionale, che necessita di una formalizzazione costituzionale.

Tale prospettiva costituzionalista relativa al mercato – insiste Vanberg – “avvicina la tradizione di ricerca della Scuola di Friburgo al programma di ricerca in economia politica istituzionale di recente elaborato da James Buchanan”. Il premio Nobel per l’Economia ha universalizzato l’ideale liberale di cooperazione volontaria, trasferendolo dall’ambito delle scelte di mercato a quello delle scelte istituzionali, mostrando “come il paradigma liberale classico, tradizionalmente applicato alla libertà di scelta sui mercati possa venir esteso alla libertà di scelta delle istituzioni, Così facendo, Buchanan ha completato su un punto capitale i suoi predecessori della Scuola di Friburgo”.

L’umanesimo liberale – Wilhelm Röpke

E’ opinione diffusa presso gli storici che alla base del cosiddetto “miracolo economico” tedesco ci sia la scelta di Erhard di promuovere, contro il volere delle truppe di occupazione angloamericane, la liberalizzazione dei prezzi.

Tra gli autori che hanno maggiormente contribuito all’elaborazione teorica dell’economia sociale di mercato, troviamo indubbiamente Wilhelm Röpke. Con Röpke, secondo la terminologia che fu di Oppenheimer ed in parte di Erhard, la dottrina economico-sociale della Scuola di Friburgo assunse la collocazione di “terza via”, tra un liberalismo nella versione del laissez faire e il collettivismo socialista. La “terza via” di Röpke condurrebbe ad un’economia imprenditoriale basata sul “libero mercato” e non sul “mero capitalismo”, che, per il nostro autore, si distingue dal libero mercato per la sua tendenza – no necessità – a risolversi in meccanismi anticoncorrenziali, favorendo la nascita di monopoli, di cartelli e l’abuso di posizione dominante. Per questa ragione, il liberalismo di Röpke ammette l’intervento pubblico, a condizione che sia “conforme” alle leggi di mercato, non sopprimendone l’autonomia. Prevede, altresì, una “politica strutturale”, in grado di assicurare la conformità del sistema economico con i fini dell’organizzazione sociale e politica.

Con particolare riferimento alla riflessione socio-economica, lo specifico apporto di Wilhelm Röpke è consistito nel tentativo di elaborare una nuova teoria dell’ordinamento sociale, il cui sistema prese il nome di Ordotheorie o Ordoliberalismus, e più tardi venne chiamato “economia sociale di mercato”. Primogeniture a parte, “Con l’espressione ‘economia sociale di mercato’ si vuole caratterizzare una economia di mercato che soddisfi anche le esigenze di giustizia. In definitiva, Röpke considerava l’economia di mercato una condizione necessaria per lo sviluppo di una società che fosse degna dell’uomo, che in forza della libera iniziativa sviluppasse le attitudini proprie di ciascuna persona, che rendesse possibile lo sviluppo economico integrale, di un uomo a tutto tondo. U breve, un sistema economico che necessariamente deve fare i conti con alcuni “indispensabili meccanismi”, che rappresentano nel contempo gli “attributi” e le “ragioni” dell'”economia di mercato”. Si tratta della personale aspirazione al profitto; del perseguimento dei propri fini, un’attitudine che richiede la promozione della libertà; della concorrenza tra differenti ed alternative idee e strategie imprenditoriali; del diritto alla proprietà privata; della funzione imprenditoriale come processo creativo; del reddito derivante dall’uso imprenditoriale dei capitali; della speculazione, intesa come processo di scoperta esposto al rischio di un futuro incerto. Per Röpke, chi opera per una società libera non può non sostenere l’economia di mercato e, di conseguenza, non può non accettare tali strumenti.

I punti programmatici fondamentali dell’economia sociale di mercato che, almeno nella versione dei suoi padri fondatori, intende essere un’economia di mercato che si attiene a “condizioni quadro”, si possono sintetizzare nel seguenti argomenti: un severo ordinamento monetario; un credito conforme alle norme di concorrenza; la regolamentazione della concorrenza per scongiurare la formazione di monopoli; una politica tributaria neutrale rispetto alla concorrenza; una politica che eviti sovvenzioni che alterino la concorrenza; la protezione dell’ambiente, l’ordinamento territoriale; la protezione dei consumatori da truffe negli atti d’acquisto. In definitiva, i sostenitori dell’economia sociale di mercato furono strenui critici tanto della concentrazione del potere economico e politico, quanto dello sfrenato antagonismo e l’esasperata frammentazione degli interessi. La lotta di Röpke si giocò su due fronti: “contro il collettivismo” e “contro il liberalismo bisognoso di una fondamentale revisione”.

Sulla base di quanto affermato, ne deduciamo che per i fautori dell’economia sociale di mercato, ed in particolare per Röpke, esisterebbe intervento statale ed intervento statale , un intervento coerente con la “soluzione hobbesiana” che sfocia in forme più o meno burocratiche di “paternalismo di stato” ed un intervento, coerente con il principio di sussidiarietà orizzontale, oltre che verticale, che chiama in causa il dinamismo spontaneo dei corpi intermedi, i quali danno forma e sostanza alla società civile. Ne consegue che per Röpke non tutti i programmi statali sono identici. Il modello di welfare society ispirato al principio di sussidiarietà incontra l’analisi compiuta dagli autori dell’economia sociale di mercato sul terreno dei cosiddetti “interventi conformi”. è stato A. Röstow a coniare la formula apparentemente ossimorica di “interventismo liberale”, in quanto orientato da due criteri definiti “decisivi” dalla stesso Röpke: la distinzione tra “interventi conservativi” e “interventi di adeguamento”. Il secondo criterio – propriamente röpkiano – riguarda il grado di conformità dell’intervento alla natura dell’ordine economico. L’ordine economico al quale Röpke pensava era stato delineato dallo stesso autore in Civitas humana nei seguenti punti: 1. Costituzione di un vero ordine di concorrenza (politica antimonopolistica); 2. politica economica positiva (contro il laissez faire), così declinata: a. politica di cornice; b. politica di mercato (interventismo liberale); c. interventi di adeguamento contro interventi di conservazione; d. interventi conformi contro interventi non conformi; 3. politica di struttura economico-sociale (adeguamento, decentramento, “umanesimo economico”); 4. politica sociale.

Rileviamo che per Röpke, “conforme” non è sinonimo di “raccomandabile”. Egli intende per “conforme” quegli interventi dello stato che non sopprimono la “meccanica dei prezzi”, e “l’autogoverno del mercato”, ma che al contrario si inseriscono in esso, offrendosi come “nuovi dati”, e che possono essere assimilati dallo stesso mercato. Non conformi saranno quegli interventi che distruggono la meccanica dei prezzi, sostituendola con “un ordine economico programmatico cioè collettivo”. La distinzione di Röpke tra interventi conformi e interventi non conformi sposta l’attenzione da un criterio meramente quantitativo ad uno di tipo qualitativo, ciò significa che in linea di principio non si pone alcun limite quantitativo all’intervento dello stato, ma che si escludono in modo assoluto alcuni tipi: “Noi sentiamo vivo il bisogno di superare il puro criterio quantitativo e ricercare una linea divisoria nella ‘qualità’ dell’intervento stesso”. Il carattere conforme di un intervento non è ancora sufficiente a renderlo raccomandabile. Secondo Röpke, questi interventi dovrebbero essere “ben dosati e studiati”. Resta l’importanza della distinzione conforme/non conforme in quanto evidenzia quali interventi sono per loro natura distruttivi dell’economia di mercato e quali, se ben dosati e studiati, possono essere assorbiti dal mercato e migliorarne il funzionamento dello stesso. Esempi di interventi conformi sono la svalutazione monetaria e la politica dei dazi protettivi, mentre esempi di interventi non conformi sono la calmierazione dei fitti, il controllo dei cambi e il contingentamento delle importazioni. Questi ultimi distruggerebbero il meccanismo che regola la formazione dei prezzi.

Il secondo pilastro sul quale poggia la teoria economica di Röpke è la distinzione tra interventi di conservazione e interventi di adeguamento ovvero di assestamento. Come nel caso della distinzione tra interventi conformi e non conformi, anche in merito a questa seconda distinzione, Röpke intende andare oltre i dogmi del laissez-faire e del tradizionale interventismo, tesi a mantenere inalterati gli assetti economici. Contro coloro che pretendono l’assoluta astensione dello stato di fronte alle crisi di assestamento del mercato e contro coloro che considerano l’intervento dello stato uno strumento per proteggere dall’estinzione aziende improduttive, Röpke propone la sua “terza via”: “non nel ‘laissez-faire’ e non nell’‘intervento conservativo’ […]. In luogo di controbattere la tendenza verso un nuovo equilibrio, ricorrendo a sovvenzioni e simili, come nel caso dell’‘intervento conservativo’, l’‘intervento di assestamento’ vuole accelerare e facilitare il raggiungimento di questo equilibrio, allo scopo di evitare perdite e difficoltà o di limitare al minimo possibile. Un tale intervento […] ha in comune col principio del laissez-faire la meta finale, ma questa deve essere conseguita con la collaborazione di tutti coloro che non sono colpiti […]. Anziché lasciare al ramo di produzione costretto a trasformarsi – come faceva il vecchio liberalismo – la ricerca di nuove strade, l’interventismo mirante all’assestamento vuole occuparsene con piani di trasformazione, crediti, cambiamenti di indirizzo e altri mezzi congrui”. Tenendo ferma l’idea che l’economia liberista è quella nella quale ciò che conta è la forza economica dei privati e l’economia collettivista è quella ove conta la forza dell’economia collettiva, l’economia sociale di mercato le esclude entrambe ed intravede nella forza equilibratrice delle regole, ossia, della costituzione economica, lo strumento per garantire che il principio di concorrenza non ceda alla brama dei privati ovvero alla brama onnivora del pubblico.

Il personalismo liberale di Röpke

I sostenitori della Soziale Marktwirtschaft tedesca impararono presto l’amara lezione impartita dalla veloce salita al potere di Hitler, e fecero propri un principio fondamentale dell’allora dottrina sociale della Chiesa, e più precisamente la nozione di giustizia sociale: prevenire il formarsi di monopoli e garantire l’esigenza di un ampio numero di aziende di medie dimensioni. Ben prima che la seconda guerra mondiale finisse, un gruppo di economisti, giuristi, sociologi e filosofi tedeschi cominciarono a pensare concretamente ad un possibile novus ordo; un ordine che avrebbe dovuto rimpiazzare il nazismo. Compresero con lucidità teorica che per ricostruire una società umana avrebbero dovuto pensare alla ragioni di un nuovo ordine politico, un nuovo ordine economico e un nuovo ordine morale-culturale.

“Che cos’è il liberalismo?”, si domanda il nostro autore. “Esso è umanistico. Ciò significa: esso parte dalla premessa che la natura dell’uomo è capace di bene e che si compie soltanto nella comunità, che la sua destinazione tende al di sopra della sua esistenza materiale e che siamo debitori di rispetto ad ogni singolo, in quanto uomo nella sua unicità, che ci vieta di abbassarlo a semplice mezzo. Esso è perciò individualistico oppure, se si preferisce, personalistico”. Dalla definizione di Röpke emerge una nozione di liberalismo che lo sgancia da un’idea dogmatica e rigida dello stesso, evidenziando i connotati di un pensiero umanistico, in quanto non condivide né l’idea pessimistica hobbesiana di un uomo per natura egoista, né quella ottimistica di Rousseau. Il liberalismo di Röpke fa proprio il principio caro alla tradizione dell’antiperfettismo e del realismo cristiano, di Agostino, di Pascal, di Rosmini, di Sturzo, fino ad arrivare a Giovanni Palo II, per il quale l’uomo, benché tenda verso il bene è pur sempre capace di male. Esso è personalistico, poiché “in conformità alla dottrina cristiana, per cui ogni anima umana è immediatamente dinanzi a Dio e rientra in lui come un tutto, la realtà ultima è la singola persona umana non già la società, per quanto l’uomo possa trovare il proprio adempimento soltanto nella comunità”. Esso, inoltre, è antiautoritario, rendendo a Cesare quello che è di Cesare, ma riservando a Dio ciò che qualifica il suo rapporto con l’Assoluto: per il cristianesimo è la coscienza individuale che giudica il potere e non viceversa; esso, dunque, rifugge da ogni forma di nazionalismo, razzismo e imperialismo; in breve, è universale. Allora, il liberale per Röpke è “l’avvocato della divisione dei poteri, del federalismo, della libertà comunale, delle sfere indipendenti dello Stato, dei ‘corps intermédiaires’ (Montesquieu), della libertà spirituale, della proprietà come forma normale dell’esistenza economica dell’uomo, della decentralizzazione economica e sociale, del piccolo e del medio, della gara economica e spirituale, dei piccoli stati, della famiglia, dell’universalità della Chiesa e dell’articolazione”.

Per queste ragioni Röpke non condivide l’idea che si possa distinguere tra liberalismo, che disegna l’ambito politico e culturale, e liberismo, che delinea i confini dell’economico. Né tanto meno condivide l’idea che possa resistere a lungo un sistema che non coniughi la libera economia di mercato con istituzioni politiche liberali. In un testo che riecheggia tanto l’influenza di economisti quali Luigi Einaudi e F.A.v. Hayek, quanto quella di uno scienziato politico come Luigi Sturzo, per il quale la “libertà è integrale individuale e indivisibile”, il nostro scrive “venendo meno la libertà economica – la quale si sostanzia non solo nella libertà dei mercati, ma anche nella proprietà privata – la libertà spirituale e politica perde le sue vere basi”.

In questa prospettiva andrebbe considerato anche il suo profondo convincimento in ordine alla contiguità ideale tra liberalismo e cristianesimo. In uno dei suoi scritti più celebri afferma: “il liberalismo non è […] nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il suo legittimo figlio spirituale, e soltanto una straordinaria riduzione delle prospettive storiche può indurre a scambiare il liberalismo con il libertinismo. Esso incarna piuttosto nel campo della filosofia sociale quanto di meglio ci hanno potuto tramandare tre millenni del pensiero occidentale, l’idea di umanità, il diritto di natura, la cultura della persona e il senso dell’universalità”. Per Röpke, l’eredità spirituale che il cristianesimo ha tramandato al liberalismo è rappresentata dalla difesa della dignità di ogni singola persona umana contro tutte le forme di statalismo. Il fatto che esistano correnti di pensiero che mettono in discussione tale eredità spirituale, sostenendo, sul versante religioso, l’incompatibilità del cristianesimo con il liberalismo e, sul versante laico, l’incompatibilità delle istituzioni liberali con la fede cristiana, sarebbe il frutto, rispettivamente, di un “moralismo ignorante” e di un “economismo ottuso”: “Un moralismo dilettantistico nell’economia nazionale è altrettanto scoraggiante quanto un economicismo moralmente indifferente, e purtroppo il primo è diffuso quanto il secondo”.

Il rinnovamento dell’Ordoliberalismo nell’Economia Sociale di Mercato

“Al giorno d’oggi ci si lamenta spesso che il diritto e l’economia politica non tengono il passo degli eventi, non forniscono alcun contributo formativo e non costituiscono più una forza intellettuale. Ignorare tali critiche vuol dire non riuscire a rendersi completamente conto della gravità della situazione, dato che è vero che in Germania queste due scienze non esercitano più alcuna influenza rilevante sulle decisioni fondamentali di natura politico-giuridica ed economica”. Con queste parole i giuristi Franz Böhm, Hans Grossmann-Dörth e l’economista Walter Eucken introdussero il celebre Manifesto Ordoliberale del 1936, intitolato “Il nostro compito”. Erano anni di profonda crisi, un ordine politico-economico stava crollando, l’antica e gloriosa Europa aveva scelto il giogo totalitario, l’urlo straziante della “volontà di potenza” appariva l’ultima risorsa di un continente culturalmente agonizzante, colmo di arroganza e ricurvo su se stesso. Gli ordoliberali coltivavano la convinzione politica, suffragata da ipotesi scientificamente argomentate, che la crisi non fosse il prodotto necessario di una “Storia”, antropomorficamente intesa, la quale ad un certo punto del suo scorrere avrebbe voltato la faccia all’ideale di libertà. La libertà per i nostri autori assume rilevanza civile quando si concretizza in istituzioni politiche, economiche e culturali che la rendono effettiva, praticabile, criticabile e migliorabile. Dunque, certo contingente, storicamente connotata, ma, proprio per questo motivo, aperta ai tentativi riformatori. L’elaborazione teorica nel campo della politica, del diritto e dell’economia è per i nostri una sorta di perenne “battaglia per la libertà”, contro l’idea che la storia sia governata dalla necessità e che compito dello scienziato sia quello di “canonizzare” il contingente, arrendersi alle presunte “forze maggiori”, offrendo una valida giustificazione: evidentemente, quella che accarezza le “ragioni” del Principe.

Lo stato comatoso della vecchia Europa era registrato dagli ordoliberali come lo stato comatoso nel quale versavano le scienze sociali così come erano praticate nella Germania a cavallo tra il Diciannovesimo ed il Ventesimo secolo. In particolare, sul fronte della scienza economica, Eucken denuncia l’egemonia della Scuola Storica, con il suo fardello storicistico. La Scuola storica dell’economia, avrà modo di scrivere Eucken nell’edizione del 1951 nei suoi I fondamenti della economia politica (1939), è ateorica nell’ambito dell’economia politica e arbitraria nel campo della politica economica. Una scienza che si mostra rinunciataria rispetto alla possibilità di andare oltre i confini del conosciuto, che assume la situazione problematica non come il punto di partenza da sottoporre al fuoco di fila delle critiche, per cogliere le possibili ragioni del come e del perché del darsi dei fenomeni sociali, bensì come il dato ultimo e rivelato da giustificare, offrendo su di un piatto d’argento (la presunta autorità accademica) le “buone ragioni” che ne consolidino le istituzioni, non solo smette di essere scienza, ma si perverte in arma letale contro la libertà. Diventa un nobile strumento di distruzione nelle mani di uomini che coltivano il culto della loro onnipotenza e della loro onniscienza. Uno strumento finalizzato alla progressiva demolizione di quelle istituzioni per l’edificazione delle quali, nei secoli, una moltitudine di donne e di uomini, persuasi della loro ignoranza e della loro fallibilità, perseguendo il bene proprio e dei propri cari, hanno contribuito in modo anonimo e spesso non intenzionale al loro sorgere. Ecco, dunque, la posta in gioco denunciata dai padri dell’ordoliberalismo. Nulla a che vedere con la riedizione di una tanto ciclica quanto onorevole “disputa sul metodo”, ma la consapevolezza del ruolo civile che gli scienziati sociali possono ricoprire per la difesa della libertà – dunque, delle sue istituzioni – nel momento stesso in cui svolgono il loro ordinario mestiere: porre domande, criticare l’esistente, tentare di falsificare tesi consolidate. Sono le domande fondamentali che ci consentono di comprendere meglio, di penetrare più a fondo e di imparare dalla realtà più di quanto non ci consentano i dogmi dello storicismo, con le sue ragioni di stato, di razza o di partito.

Anche oggi viviamo tempi difficili, una crisi nella quale siamo talmente immersi che può capitarci di non coglierne i reali contorni. Con questa pubblicazione intendiamo iniziare una riflessione sulle scienze sociali ed abbiamo inteso assumere come prospettiva teorica l’ordoliberalismo, ovvero quel liberalismo delle regole che sin dalla metà degli Anni Trenta seppe raccogliere intorno ai circoli e all’Università di Friburgo personalità eminenti della resistenza al nazismo. Senza alcun improprio e ridicolo paragone, facciamo nostro uno dei tanti appelli di Luigi Sturzo: “la battaglia per la libertà non ha mai fine”. Per questa ragione, crediamo che anche nel migliore dei mondi possibili (supponiamo che il nostro lo sia) sia indispensabile tenere alta la guardia contro i tentativi di abbattere le istituzioni liberali. Certo, una demolizione che si realizza un po’ alla volta, magari anche con il concorso del sorriso accattivante di qualche bel volto a tutti noto e per questo motivo particolarmente rassicurante.

Con riguardo al problema economico, siamo consapevoli che avendo assunto come riferimento la prospettiva “ordoliberale” (ovvero del “liberalismo delle regole”) circa la ricerca di un ordine economico coerente con un ordine politico e sociale al centro dei quali sia posta la persona agente (un soggetto libero, unico ed irripetibile ed ineludibilmente ignorante e fallibile) inevitabilmente stiamo operando un salto epistemologico. Tale salto ci impedisce di considerare gli strumenti che caratterizzano una qualsiasi disciplina afferente alle scienze sociali come se fossero indifferenti agli strumenti e alle sorti di altre discipline il cui oggetto di analisi, è opportuno sottolineare, è riducibile allo stesso soggetto che opera l’analisi: la persona. È questa una particolarità delle scienze sociali, la quale fa sì che esse appaiono, e realmente sono, estremamente diverse dalle cosiddette hard sciences. Nel caso delle scienze sociali, il soggetto che agisce e che interroga i fenomeni dei quali intende scoprire il come ed il perché del loro darsi è lo stesso oggetto d’indagine al quale quei fenomeni sono riconducibili ed in ultima analisi riducibili. Dunque, riflettere sulla nozione di “ordine”, sotto il profilo economico, significa porsi in primo luogo in una dimensione transdisciplinare, in forza della quale gli strumenti di analisi di ciascuna disciplina (la cassetta degli attrezzi dello scienziato sociale) consentono di scoprire i nessi tra le problematiche che investono la politologia, l’economia e le scienze giuridiche; nessi rintracciabili nella realtà integrale, individuale-relazionale ed indivisibile del soggetto agente. Anche in questo caso, le questioni relative alle singole scienze appaiono riconducibili alla “ragione precipua” in forza della quale sorgono le stesse scienze sociali. In definitiva, il problema fondamentale, se non unico, di fronte al quale è posto lo scienziato sociale: rendere ragione del come e del perché delle istituzioni edificate da uomini per altri uomini, la cui genesi non riflette necessariamente le intenzioni di coloro che con le loro azioni volontarie hanno contribuito a porre in essere.

L’attualità dell’analisi e del metodo suggeriti dagli ordoliberali è testimoniata anche dal fatto che oggi, come negli Anni Trenta del secolo scorso, si avverte l’esigenza di riflettere sui fallimenti del sistema economico e sociale nel quale viviamo. In questo senso, se l’ordoliberalismo muoveva dall’analisi dei fallimenti dell’esperienza della Repubblica di Weimar, il liberalismo delle regole muove dall’analisi dei fallimenti del sistema economico che negli ultimi vent’anni si è affermato su scala mondiale. La crisi che ha colpito l’economia globale ha stravolto gli equilibri della struttura economica e sociale, oltre a quelli geopolitici affermatisi all’indomani della fine della seconda guerra mondiale. Pensiamo che tale situazione problematica offra l’opportunità di ripensare le ragioni dello sviluppo, al fine di contribuire alla proposizione di un modello di “sviluppo integrale” in grado di rappresentare un criterio per l’azione civile coerente con la prospettiva antropologica proposta dalla Dottrina sociale delle Chiesa. Il “capitalismo”, “l’economia d’impresa”, “l’economia di mercato” o, più semplicemente, “l’economia libera” (vedi Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 42) affinché possano essere considerati la forma economica di un sistema sociale verso cui tendere, ha bisogno di riconoscere “il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia”. In definitiva, una libertà che, nel settore dell’economia, “deve inquadrarsi in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale, una libertà responsabile il cui centro è etico e religioso”, come insegnava Giovanni Paolo II nel brano della Centesimus annus appena richiamato. L’ordoliberalismo ha rappresentato una critica sia al laissez-faire sia al collettivismo. Al primo, infatti, andrebbe rimproverata l’eccessiva fiducia sulle capacità autoregolative del mercato che, nell’esperienza del capitalismo globale, ha condotto a trascurare la necessità di un apparato di regole in grado di mantenere il sistema in un equilibrio non solo economicamente, ma anche politicamente e giuridicamente desiderabile. Al secondo, invece, l’utilizzo del metodo “burocratico” per la gestione dei processi economici, circostanza questa che, a lungo andare, condurrebbe alla progressiva trasformazione dello Stato in senso totalitario. La traduzione positiva di tali critiche è rappresentata dal metodo della law & economics di matrice ordoliberale – secondo cui l’attenzione all’assetto giuridico istituzionale deve coniugarsi con la necessità di conoscere le logiche di funzionamento del sistema di mercato che devono essere parte essenziale del bagaglio culturale non solo degli economisti ma anche degli stessi giuristi – e, in particolare, dal concetto di “costituzione economica” da cui scaturisce una chiara proposta istituzionale. Con tale termine si fa riferimento ad una scelta peculiare di politica economica riguardante l’assetto fondamentale dei rapporti economici che, una volta formalizzata nel testo costituzionale, sia in grado di inquadrare l’azione dei pubblici poteri e, in definitiva, l’intero ordine sociale. Si tratta del superamento del principio della rigida distinzione e della reciproca indifferenza-diffidenza tra sfera pubblica e sfera privata, tra diritto pubblico e privato, in ragione della consapevolezza delle reciproche ed irrinunciabili relazioni che, nella dinamica economica quotidiana, si verificano tra ciò che attiene all’ambito pubblico e ciò che invece è riferibile a quello privato. La costituzione economica viene dunque a configurarsi come una consapevole, chiara e definitiva scelta politica da cui scaturisce un coerente sistema istituzionale in grado di garantire la stabilità del modello prescelto. Su queste basi si delinea nella riflessione ordoliberale un modello di economia di mercato che vede i privati e i pubblici poteri in costante rapporto e dove, pur essendo chiaro che il processo economico deve restare estraneo alle decisioni pubbliche e rimesso all’autonomia dei privati, viene assegnato alla concorrenza la disciplina del processo economico e allo Stato il ruolo di garante della correttezza del processo concorrenziale. Questa visione dei rapporti tra pubblico e privato nell’ambito del sistema economico di mercato fa riferimento ad un concetto di concorrenza come un complesso processo di coordinamento dei piani individuali. Un processo disciplinato da una chiara attività pubblicistica, un coordinamento di rilievo giuridico ed istituzionale che i pubblici poteri sono chiamati a perseguire mediante interventi conformi all’ordine di mercato. Un ulteriore aspetto che merita di essere sottolineato è che la costituzione economica deve trovare attuazione mediante una legislazione concorrenziale resa effettiva attraverso un’attività amministrativa caratterizzata dall’assenza di poteri discrezionali e una giurisdizionale estesa alla verifica del procedimento applicativo della legislazione e non alla sola legittimità amministrativa. In questo contesto, la funzione amministrativa e, di conseguenza, i confini assegnati al sindacato giurisdizionale sulle scelte della pubblica amministrazione, delineano un innovativo modello di amministrazione che, slegata dal sistema della rappresentanza politica, è chiamata a dare attuazione alla costituzione economica non mediante l’adozione di scelte discrezionali, bensì attraverso l’esercizio di poteri “arbitrali” che la collocano in posizione di soggetto terzo rispetto agli interessi in gioco. In altri termini, un’amministrazione chiamata a dare effettività ad un assetto di interessi (pre)definito in sede costituzionale rispetto al quale ai pubblici poteri, in sede applicativa, non è concesso alcun ulteriore margine di valutazione o ponderazione con riferimento al caso concreto. Inoltre, nel liberalismo delle regole è centrale il tema della sussidiarietà sia nel rapporto tra pubblici poteri e mercato, sia nell’organizzazione dell’apparato burocratico. Gli autori ordoliberali erano ben consapevoli del fatto che tra lo Stato e ogni singolo individuo c’è sempre una comunità, una serie di corpi intermedi all’interno dei quali ogni singolo individuo entra in relazione con altri, dando vita ad un complesso sistema relazionale. In questo senso, solo la sussidiarietà applicata anche al diritto permette allo stesso di articolare la società, cogliendone la complessità. Un apparato burocratico ispirato alla sussidiarietà allude all’idea di un’amministrazione capace, da un lato, di organizzarsi in modo tale da essere il più possibile vicino al cittadino e da non comprimere la libera iniziativa degli individui e dei corpi sociali intermedi, dall’altro, di perseguire l’interesse pubblico nel rispetto delle prerogative dei singoli, senza abusare della propria autorità riconosciuta dall’ordinamento solo ed esclusivamente in quanto funzionale allo svolgimento delle finalità indicate dalla legge. È evidente, quindi, che parlare di amministrazione pubblica sussidiaria significa porre in discussione sia il profilo organizzativo che quello funzionale di un sistema burocratico. Dal punto di vista dell’organizzazione della pubblica amministrazione, l’applicazione della sussidiarietà non significa semplicisticamente decentramento e snellimento dell’apparato burocratico, bensì ridefinizione dello stesso a partire dalla società civile. Per questo motivo, l’applicazione della costituzione economica passa anche attraverso delle politiche fiscali capaci di “finanziare la libertà” e promuovere, nel rispetto del principio di sussidiarietà orizzontale, effetti redistributivi del reddito mediante il contributo diretto delle istituzioni della società civile, il cui funzionamento, pur svolgendosi al di fuori del mercato e prescindendo dalle sue logiche, rappresenta uno strumento essenziale per garantire quel livello di coesione sociale senza il quale neanche il mercato può, a lungo andare, funzionare.

Il liberalismo delle regole, quale condizione essenziale per uno sviluppo integrale, fa proprie queste proposte che, tuttavia, devono essere sempre aggiornate e riviste alla luce del nuovo rapporto tra società e diritto che si va affermando per effetto della globalizzazione. In particolare, quel rapporto tra pubblici poteri e privati deve oggi fare i conti con il carattere globale delle problematiche che investono la società civile. E ciò ha evidenti ripercussioni in ambito economico. Si tratta, allora, di avviare una riflessione su come declinare le riflessioni ordoliberali nella realtà attuale, tenendo conto del nuovo contesto socio-economico, culturale e valoriale che fa da sfondo alla nostra quotidianità. Che senso può avere parlare di costituzione economica in un contesto economico globale? In che modo garantire e rendere effettivo il processo concorrenziale in ambito sovranazionale, rispettando il principio di sussidiarietà e di poliarchia? Sono queste alcune delle domande a cui gli studiosi che si mostrano interessati alla prospettiva del liberalismo delle regole sono chiamati a dare risposte concrete.

In altre parole, il liberalismo delle regole presuppone e difende una circolarità fra forme e sostanza democratica, non distinguendo la seconda come esclusiva latrice di assunti valoriali e non conferendo alle prime la potestà di regolare, ovvero di ignorare, spesso senz’appello, tutta una serie di elementi prepolitici e culturali che materialmente contribuiscono alla tenuta della democrazia stessa. Avviene così che, al di là di qualsiasi classificazione che interpreti pur autorevoli possono attribuire ai diversi modelli democratici, essi mantengono per gli ordoliberali una loro significativa identità nel perpetuare storicamente la reciprocità del nesso tra libertà e responsabilità, cioè il fondamento antropologico irrinunciabile perché si diano autentico sviluppo umano, pace sociale e stato di diritto. Si noti a latere (ma non troppo) che medesime sono le conclusioni esposte da Luigi Sturzo nella sua vastissima attività scientifica e pubblicistica. Ravvisando la necessità di comporre nel pensiero sociale cristiano il metodo della libertà e il metodo della rappresentanza di matrice liberale come portati inscindibili, inattaccabili e irrinunciabili dal progresso spirituale e umano, egli altro non faceva che dirimere l’oramai secolare controversia fra le regole della democrazia e i comandamenti della fede, fondando la necessaria osservanza delle prime sulla naturale declinazione dei secondi. Se questa è banalmente una posizione di realismo (le cui fonti sarebbe interessante rintracciare con più sistematicità, come peraltro faranno alcuni dei contributi contenuti nel presente Annale), sono allora le dimensioni utopiche e semirazionali della teoria politica quelle su cui ricadranno le maggiori critiche portate avanti dall’ordoliberalismo. Un caso tutto da esaminare, a tal proposito, è quello recente della c.d. democrazia deliberativa, innovativo paradigma di studi che ha riscosso una considerevole attenzione da parte di osservatori e di commentatori, sollecitando alcuni addirittura a veri e propri endorsement nei suoi confronti. Ebbene, è evidente come una teoria politica che pretenda di fondarsi esclusivamente su una prassi comunicativa sia destinata a obliare la sostanza democratica in nome della forma – la deliberazione, appunto; o, viceversa, a ridurre le procedure a una ratificazione di quella “forza del miglior argomento” che costituisce il fondo di questo modello. Il paradosso sta nel fatto che le procedure veramente democratiche vanno ben al di là del riconoscimento dei diritti della maggioranza: esse garantiscono sempre e comunque il diritto al dissenso della(e) minoranza(e): la ricerca del doveroso consenso sul legittimo dissenso; qui si corre invece il rischio di “sacralizzare” la decisione risultante dal processo deliberativo che, solo, potrebbe validarne la bontà o meglio la legittimità. Pertanto, recuperare la tradizione degli universali procedurali, le regole minime di funzionamento della democrazia rappresentativa così come codificate dalla scienza politica più avvertita, accanto a una degna considerazione della irriducibilità degli argomenti meta- e pre- politici (quali ad esempio i diritti umani, a partire dal diritto alla vita, passando per quello alla libertà economica e d’intrapresa, alla partecipazione politica e così via…) ci sembra sia la strada indicata anche dal liberalismo delle regole per provare a fornire soluzioni, pur storicamente contingenti, di fronte alla complessità dei problemi che attanagliano (ma anche stimolano) il nostro tempo.

In tempi di crisi è diffusa la tendenza a cercare risposte definitive a problemi contingenti, nella convinzione che esistano ricette ultimative che impediscano l’insorgere di nuove crisi. La lezione della Caritas in Veritate, da questo punto di vista, considera il presupposto personalistico anticostruttivistico che non esistono soluzioni definitive ed ottimali proprio perché i problemi economici sono sempre contingenti, relativi, storicamente connotati; oltretutto, ogni costituzione umana riflette il dato ineludibile che al centro delle organizzazioni sociali opera la persona, un soggetto imperfetto, ignorante e fallibile, per quanto sempre perfettibile. Dunque, ecco la ragione per cui, dal nostro punto di vista, anche la crisi economica non viene interpretata come l’araldo di un “nuovo mondo” che implacabile s’imporrà sull’attuale come l’aurora di un nuovo giorno s’impone sulle tenebre del giorno ormai passato. Piuttosto, la crisi è letta come il segnale che nessun sistema è perfetto, che una metafisica del mercato è tanto dannosa all’uomo quanto lo è una metafisica statalistica, e che compito dello scienziato sociale è di operare una continua vigilanza per cogliere l’errore ovunque si annidi e superare l’ignoranza comunque si presenti. Di qui, l’invito ad allargare la ragione e a mettersi all’ascolto del reale per cogliere quel flebile segnale che ci consenta di intervenire con la conoscenza possibile (limitata e fallibile) nella rilevazione dei singoli fatti e della loro sequenza e dare a questi e alle loro concatenazioni un’interpretazione coerente con la prospettiva antropologica che da cristiani rende ragione del nostro unico interesse per le questioni sociali: promuovere la dignità della persona umana.