Appello

A tutte le donne e gli uomini onesti e preoccupati per il bene comune del Paese, a tutte le donne e gli uomini stanchi di una politica fatta solo di lotta per il potere e per la conservazione di posizioni di privilegio, di risse futili e di aggressioni personali, di scandali e di malversazioni rivolgiamo questo appello. L’Italia ha bisogno di una nuova politica, di una buona Politica, sorretta da ideali ed identità culturali forti, da valori profondamente sentiti, da convinzioni radicate. Per parte nostra crediamo di potere e dovere ravvivare e riproporre una tradizione politica liberale e popolare che raccolga laicamente il meglio della eredità dell’impegno politico dei cattolici italiani.

Quasi 100 anni fa, il 18 gennaio 1919 un Appello simile venne rivolto da Sturzo agli uomini Liberi e Forti. Oggi, la domanda che dovremmo porci tutti, nessuno escluso, è se siamo altrettanto liberi e forti da saper imporre alle cose un cambiamento di ritmo coraggioso ed incisivo, senza attendere che altri facciano il primo passo. Oggi tocca a noi, ad ognuno di noi, diventare protagonisti di un cambiamento morale non più differibile: non si possono attendere tempi migliori per intervenire, non si può demandare ad altri questa responsabilità. Il cambiamento al di fuori di noi, nella società che ci circonda, deve iniziare dentro di noi, riconoscendo i nostri errori e ricominciando con la speranza che altri ci seguiranno, decidendoci ad assumere la prima e più importante delle decisioni: affrontare i problemi di oggi con una rinnovata creatività nelle soluzioni da proporre.

Questi anni di crisi hanno visto una crescita drammatica delle povertà in Italia. Non solo sono aumentati drammaticamente gli italiani che vivono in condizioni di estrema povertà, ma la stessa classe media, protagonista dello sviluppo economico del Paese, si sta impoverendo. Si fa sempre più largo la convinzione che i nostri figli saranno più poveri loro padri: ciò alimenta sfiducia e frustrazione. L’Italia ha grandi potenzialità eppure è un Paese che sembra essere destinato al declino. I nostri lavoratori sono capaci, intelligenti, spesso geniali. I nostri imprenditori sono pieni di inventiva, hanno coraggio e spirito di iniziativa. Tuttavia nella competizione internazionale troppo spesso siamo perdenti. Bisogna rilanciare l’economia per creare nuove opportunità di lavoro, servono nuovi modelli di sviluppo, nuove soluzioni capaci di garantire lavoro a tutti, stimolando una creatività positiva che consenta di abbandonare vie obsolete ed improduttive, legate ad una sterile coazione a ripetere. Serve una nuova visione economica, quella di una ‘economia sociale di mercato’ e di un’ ‘economia civile’ in cui non conti solo l’aumento del PIL ma la crescita umana di tutti, in cui la cooperazione, la solidarietà, la cultura, il sapere, siano elementi trainanti anche dello sviluppo economico, in cui il mercato non sia un fine in se stesso ma uno strumento al servizio dello sviluppo integrale della persona umana.

È necessario un grande programma di solidarietà per quei quasi cinque milioni di italiani che vivono in condizioni di povertà estrema disegnando per essi un sostegno che li porti fino ad un reddito minimo di sussistenza. Vogliamo raccogliere l’appello di Papa Francesco a fare in modo che ciascuno si senta al centro della vita della società, cittadino e partecipe di una comunità e non uno strumento per il profitto di altri, umiliato ed emarginato, spinto fuori delle mura della città. E’ nelle periferie delle grandi città, quelle materiali ed esistenziali, che si accumula il disagio e il rischio di cedere ad adescamenti pericolosi per la sicurezza individuale e sociale. Laddove la rabbia sociale prende gradatamente forma di ribellione organizzata, tutto diventa possibile: criminalità, spaccio, violenza e perfino conversioni all’ISIS.

L’Italia sta passando da una economia industriale ad una economia basata sulla conoscenza in cui l’applicazione delle scoperte della ricerca scientifica alla produzione ed alla distribuzione di beni e servizi rappresenta la vera leva strategica per competere sui mercati globali. Questa trasformazione può essere un’opportunità. Per coglierla abbiamo bisogno di istituzioni forti e credibili, capaci di promuovere la libert e attrarre investimenti. Occorre completare la riforma del mercato del lavoro, evitando di scaricare i problemi della competitività del Paese su di esso, supportando l’imprenditorialità ed offrendo servizi efficaci di orientamento e formazione professionale che accompagnino il lavoratore disoccupato dal posto di lavoro perduto ad un nuovo posto di lavoro. Dobbiamo tutelare sul serio i diritti di proprietà e riformare la giustizia civile e amministrativa puntando sull’efficienza e sulla rapidità nella soluzione delle controversie.

Ed è ai giovani che dobbiamo rivolgerci in primo luogo: a quelli diplomati, laureati e spesso con esperienze di formazione ancora più avanzate, che non riescono a trovare un posto di lavoro, perché la disoccupazione giovanile oltre il 40% costituisce un impoverimento enorme per il programma di innovazione e sviluppo di un Paese.

Bisogna accompagnare il lavoro italiano nell’epoca della economia della conoscenza, sorretta dalla ricerca scientifica e dalla digitalizzazione, bisogna investire potentemente nelle infrastrutture materiali ed immateriali che schiudono le porte del futuro. Bisogna premiare il merito e la competizione leale, rimettere al centro la scuola, l’università, la ricerca scientifica, la formazione professionale. Bisogna battere la cultura dello scetticismo, del protezionismo e della rassegnazione. L’Italia può farcela, ce la farà sicuramente se solo crede in se stessa e se sapremo camminare e lavorare insieme. Ma bisogna battere anche la non-cultura dell’appiattimento intellettuale, che demotiva i ragazzi, perché mette tutto e tutti sullo stesso piano.

Questa è una grande occasione anche per il Mezzogiorno d’Italia. Se le infrastrutture dell’economia della conoscenza verranno costruite in modo equilibrato anche al Sud si aprirà finalmente per queste popolazioni una concreta straordinaria occasione di riscatto. Per di più la crescita delle economie asiatiche soprattutto nel settore manifatturiero porta ad un incremento straordinario dei traffici con l’Oriente. Geograficamente il Mezzogiorno d’Italia è la piattaforma logistica ideale per gli scambi fra Europa ed Asia. Economia della conoscenza, logistica, turismo, agricoltura di qualità sono i pilastri del nuovo Mezzogiorno.

La Pubblica Amministrazione più che a servizio dei cittadini è ancor oggi percepita come un freno per lo sviluppo del Paese, causa di blocco della società e leva per la raccolta del consenso. È arrivato il momento di liberarla dall’onere di assolvere compiti che non le sono propri, orientandone l’azione sia nella direzione del sostegno concreto al sistema economico, in particolare, alle piccole e medie imprese, che della risposta ai bisogni reali delle persone, facendone un potente fattore di coesione e di sviluppo. Dobbiamo rendere la nostra cornice istituzionale più inclusiva, coerente con i valori di fondo del progetto europeo, proponendo un nuovo equilibrio tra istanze sociali e sostenibilità delle finanze pubbliche. Ripensare l’assetto organizzativo, il finanziamento e le modalità di intervento dei pubblici poteri in chiave sussidiaria, puntando su un’alleanza tra il pubblico e il privato, significa restituire spazi di azione alla società civile e potere di scelta ai cittadini, oltre che una maggiore flessibilità nell’allocazione della spesa, presupposto essenziale per evitare che i costi sociali delle politiche di contenimento della spesa pubblica gravino solo su una parte dei cittadini. Tutti devono dare il proprio contributo, secondo un principio di giustizia sociale ed in un quadro di garanzia e inviolabilità dei diritti fondamentali della persona.

La famiglia è la sorgente prima della vitalità economica del Paese: la nostra piccola e media imprenditoria è imprenditoria familiare. La famiglia è il principale soggetto della solidarietà. Se abbiamo retto alla crisi con tassi di disoccupazione altissimi il merito va soprattutto al sostegno che le famiglie hanno dato ai loro membri in difficoltà. La famiglia è la principale risorsa educativa e fonte di valori della nostra società. La famiglia è però oggi sistematicamente attaccata e diffamata culturalmente e politicamente e punita economicamente e fiscalmente. Noi vogliamo un fisco giusto per le famiglie, un sostegno adeguato alle famiglie numerose, una legislazione che veda nella famiglia l’interlocutore primario di tutte le politiche sociali. Vogliamo ridare alla famiglia quella posizione centrale nella società italiana che le è assegnata dalla nostra Costituzione.

Gli Italiani sono un popolo grande e generoso. Non vogliamo e non possiamo chiudere le nostre porte ai perseguitati che fuggono un destino di torture e di morte ma non possiamo neppure dire a tutti i poveri del mondo: venite, da noi c’è lavoro e prosperità per tutti. I rifugiati devono essere accolti ed integrati, dentro un quadro comune di regole condivise. Gli immigrati illegali devono essere rimpatriati. Bisogna concludere con i paesi di origine degli immigrati accordi contro l’immigrazione clandestina, per il rimpatrio e per lo sviluppo. È molto più efficace e più dignitoso (e anche meno costoso) creare posti di lavoro nei paesi di origine che assistere gli immigrati illegali in Italia. La cooperazione per lo sviluppo è un atto di intelligente generosità: lo sviluppo di quei paesi traina anche in molti modi la crescita dell’Italia. Chi viene in Italia deve avere rispetto per le nostre leggi e le nostre istituzioni. Deve imparare ad accettare ed amare la nostra cultura. Esiste un legame fra la terra italiana ed una millenaria cultura cristiana. Chi non se la sente di accettare questo legame è meglio che non venga: si sentirà più a suo agio lui … ed anche noi.

Ci collochiamo all’interno del filone culturale e del sistema di valori che ha dato vita al Partito Popolare Europeo. Ma vogliamo ritrovare l’autentico spirito di un’Europa capace di riconoscere il senso della nuova missione a cui la chiamano gli eventi drammatici di questi ultimi dieci anni. A cominciare dagli imponenti flussi immigratori, ma senza dimenticare il radicale cambiamento dei modelli sociali, con la consapevolezza del valore della Religione come fondamentale fattore di coesione tra gli uomini, a cominciare dalla religione cristiana, ma senza escluderne altre. Questa Europa che approfondisce le differenze fra chi ha e chi non ha, che lascia milioni di persone nell’abbandono e nella povertà, che tante volte sembra essere sorda al dolore ed alla disperazione del povero e dell’emarginato non ci piace. Vogliamo cambiarla per farla rivivere secondo i valori della sua origine, valori di libertà, di solidarietà, di sussidiarietà di giustizia sociale e di pace, nel pieno rispetto della dignità della famiglia, in cui nasce e si sviluppa ogni persona, in tutto l’arco della sua vita, anche nelle fasi più delicate che la fragilità occasionata dalla malattia induce in ogni uomo fino alla sua morte. Per questo vogliamo dare battaglia nel Partito Popolare Europeo e con il Partito Popolare Europeo. Ai populisti pasticcioni che cianciano di una uscita dall’Europa diciamo che fuori dell’Europa ci sono per noi solo le terre del sottosviluppo, del fanatismo religioso, del sottosviluppo e della fame. C’è il ritorno ad un passato di miseria, di imperialismo, di militarismo e di guerra. Non dobbiamo uscire dall’Europa, dobbiamo riconquistare la nostra Europa. Vogliamo riportare l’Europa sul giusto cammino che abbiamo perduto quando abbiamo rinunciato prima a scrivere i valori cristiani nella Costituzione Europea e poi anche ad avere una Costituzione Europea.

Il recente referendum segna la fine del bipolarismo. Gli italiani non accettano di dare tutto il potere ad un uomo solo che ha il sostegno solo di un terzo del Paese. La Corte Costituzione ci dice che non è possibile attribuire premi di maggioranza troppo elevati ed in un Paese che è ormai stabilmente diviso in tre blocchi più o meno di eguale forza per dare tutto il potere ad uno di essi sarebbe necessario un premio di maggioranza mostruoso, chiaramente incostituzionale. La prossima legge elettorale deve essere a base proporzionale, senza escludere accorgimenti tesi a garantire governabilità e stabilità. Che ciascuno raccolga i suoi voti sulla base della sua proposta di valori e di programmi e poi si facciano le alleanze utili a governare il Paese.

Nella fase del bipolarismo abbiamo creduto che fosse più facile fare le riforme di cui il Paese ha bisogno dando tutto il potere alla minoranza più grande. I risultati non sono stati buoni. Dopo ogni elezione il vincitore ha distrutto il lavoro fatto da chi aveva governato prima di lui e si è dovuto ricominciare da capo. Adesso dobbiamo imparare a fare le riforme con un dialogo più largo, con una più grande capacità di convincimento, per fare le riforme che funzionano e che durano.

Per offrire agli elettori una buona Politica, abbiamo bisogno di riscoprire la cultura della coalizione e della mediazione. È questa l’alternativa che dobbiamo proporre al populismo e all’antipolitica. Abbiamo bisogno di riscoprire la cultura di De Gasperi e di Moro, la cultura dei democratici cristiani, ma anche la rivisitazione più moderna di quella cultura, che oggi è incarnata da Papa Francesco nel modo più visibile e credibile. E questo a perenne dimostrazione che l’utopia di una nuova cultura democratica e cristiana è possibile solo a partire dalle sue radici cristiane, con il coraggio dei laici disposti ad assumersi fino in fondo le loro responsabilità, senza rifugiarsi in nostalgie che non torneranno né in clericalismi opportunistici.

Roma-Milano, 18 gennaio 2017