Perché le istituzioni sono importanti per la crescita economica

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1. Le determinanti della crescita economica

L’analisi sin qui svolta, nella misura in cui svela lo stretto legame esistente tra le istituzioni politiche e quelle economiche e le modalità attraverso cui le prime influenzano le seconde e viceversa, non è fine a se stessa. Al contrario, come vedremo in questo capitolo, essa ci permette di cogliere indicazioni fondamentali anche con riferimento al problema della crescita economica e, in particolare, dei fattori che la determinano, ovvero, che la influenzano.
I manuali di economia politica sono soliti spiegare la crescita economica dei paesi industrializzati facendo riferimento a due elementi: la produttività media del lavoro e la percentuale di popolazione occupata. La ricchezza di un Paese dipende, perciò, da quanto ciascun lavoratore è in grado di produrre e da quanti individui sono occupati. Ne consegue che il prodotto interno lordo reale pro capite può crescere solo in presenza di un incremento della produttività dei lavoratori, ovvero, della percentuale di popolazione che ha un impiego .
Tra i fattori che incidono maggiormente sulla produttività media del lavoro è possibile segnalare: il capitale fisico, ossia le attrezzature a disposizione; le risorse naturali, tra cui la disponibilità di terra, di energia e di materie prime; il progresso tecnologico, vale a dire la capacità di un Paese di sviluppare, acquisire ed applicare nuove tecnologie più efficienti; l’imprenditorialità, il management ed il capitale umano, che si riferisce alle doti naturali, all’istruzione, all’impegno, alla dedizione e, più in generale, alle qualità professionali, umane e relazionali dei lavoratori; ed infine, la cornice istituzionale, la presenza di un contesto politico e giuridico inclusivo in grado di favorire comportamenti economicamente produttivi; in altre parole, di indurre gli individui a far bene il proprio lavoro, a risparmiare ed investire in modo oculato, ad acquisire le necessarie competenze ed informazioni, ad esercitare la propria creatività e ad immettere sul mercato i beni e i servizi di cui la collettività necessità.
Le principali determinanti della crescita economica sono dunque da ricercarsi, alternativamente, negli incrementi di input (capitale e lavoro) e nell’incremento della produttività degli stessi (derivante principalmente dall’innovazione e dal cambiamento tecnologico). Tuttavia, il premio Nobel per l’economia Robert Solow ha dimostrato come per generare incrementi di output nel tempo, senza scontrarsi con la legge dei rendimenti decrescenti, il cambiamento tecnologico e l’innovazione rappresentino in realtà i fattori più rilevanti per l’aumento della produttività del lavoro e, conseguentemente, della crescita economica .
Se tale assunto è vero, non deve però sfuggire un particolare. La crescita economica, pur essendo in larga parte connessa al progresso scientifico e tecnologico, non è la deterministica conseguenza di grandi sconvolgimenti scientifici o di epocali innovazioni tecnologiche. Queste sono condizione necessarie, ma non ancora sufficienti. La nostra analisi si basa proprio su tale assunto; in breve, riteniamo che, affinché tali condizioni necessarie si traducano in crescita economica, risulta fondamentale poter contare su un ceto imprenditoriale (supportato da un efficiente sistema bancario) capace di investire in innovazione e di trasformare quest’ultima in vantaggi competitivi sui mercati internazionali, e sulla presenza di un contesto politico-istituzionale, fatto di regole e di istituzioni capaci di incoraggiare tanto gli investimenti in nuove conoscenze quanto l’applicazione pratica delle stesse.
Sebbene, infatti, il tema della crescita economica abbia impegnato numerosi economisti – che si sono divisi tra chi ritiene che il progresso tecnologico sia determinato da forze esterne al sistema economico (quali il clima e l’ubicazione geografica), sulle quali i responsabili delle politiche pubbliche non hanno alcun controllo immediato e chi, al contrario, ritiene che il progresso tecnologico sia endogeno, ovvero, determinato da forze interne allo stesso sistema economico quali, appunto, le politiche di stimolo alla crescita – è possibile rintracciare un consenso pressoché unanime tra gli studiosi sul fatto che la qualità delle istituzioni e le caratteristiche di queste ultime (per esempio: la certezza del diritto, l’assenza di corruzione, la capacità di tutelare i diritti di proprietà, la presenza di regole in grado di premiare e tutelare il merito) rappresentino un elemento essenziale per la crescita economica.
Le istituzioni possono infatti incidere sulla produttività del lavoro e, quindi, sulla crescita economica sia direttamente, tutelando la libera iniziativa, garantendo la stabilità politica e macroeconomica, investendo in istruzione e favorendo la mobilità sociale, sia indirettamente e cioè contribuendo alla costruzione di un clima di fiducia che induca ciascuno a fare la propria parte, promuovendo la crescita del capitale umano e sociale, nonché la formazione di una classe imprenditoriale votata all’innovazione e alla competizione.
Il riconoscimento del ruolo delle istituzioni e la necessità di poter contare su una classe imprenditoriale in grado di trasformare l’innovazione in imprese competitive, sfruttando i processi di “distruzione creatrice” e svolgendo il ruolo di cinghia di trasmissione tra il progresso tecnologico e i mercati internazionali porta, infatti, ad un’ulteriore considerazione: l’essenzialità, in un sistema economico sempre più competitivo, dell’investimento sulla persona. La persona, infatti, rappresenta il capitale umano di un Paese. Più esso si dimostrerà istruito, dinamico e creativo, più cresceranno le probabilità che i propri membri possano a loro volta contribuire al progresso tecnologico, tanto in termini di innovazione quanto di capacità di commercializzazione di nuovi prodotti e servizi.

2. Imprenditorialità come leva essenziale per il successo in campo economico

Se dunque assumiamo la persona come fine ultimo di qualsivoglia processo politico, economico e culturale, nonché fulcro di qualsiasi analisi che rinvii alle suddette discipline, allora non possiamo evitare di cogliere la centralità ontologica, epistemologica e morale della persona. Scrive Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: «Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l’uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante lo spirito di sacrificio, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell’altro […] Così diventa sempre più evidente e determinante il ruolo del lavoro umano disciplinato e creativo e della capacità d’iniziativa e d’imprenditorialità […] In questo processo sono coinvolte importanti virtù, come la diligenza, la laboriosità, la prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi, l’affidabilità e la fedeltà nei rapporti personali, la fortezza nell’esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro comune dell’azienda e per far fronte agli eventuali rischi di fortuna» .
A partire da un tale approccio, le imprese, giacché formate da uomini, vivono e cadono a causa dei valori che gli uomini adottano e testimoniano. È bene ricordare che l’uomo d’impresa giunge al crocevia dello sviluppo (rischio, sofferenza, incomprensione), portando con sé una serie di doni (capitali): virtù, abilità, fantasia, intelligenza, conoscenze tecnologiche e scientifiche e, non ultimo, il capitale finanziario. Solo così è possibile comprendere, ad esempio, il modo in cui dalla fatica e dal sacrificio quotidiano possiamo produrre maggior sviluppo che, oltre ad essere il compito principale dell’imprenditore e del manager, rappresenta un’attività razionale il cui fondamento è di natura etica .
Concordiamo con l’opinione di chi, come Marco Vitale, sostiene che sebbene l’economia planetaria stia divenendo sempre più libera “economia imprenditoriale”, tutto ciò non porterà a risultati positivi finché la cultura umanistica – soprattutto quella di ispirazione cristiana – non darà una mano. A tal proposito, intendiamo offrire una nozione d’imprenditorialità che ci permetta di inquadrare l’agire economico nel più generale dinamismo dell’agire umano, evitando – parafrasando Röpke – di oscillare tra un moralismo ottuso ed un razionalismo dogmatico.
L’imprenditorialità ci appare come la capacità (virtù) che rivela la soggettività creativa della persona – che le consente di accrescere la propria umanità e che le permette di porre in essere nel tempo presente un’organizzazione del lavoro produttivo, in considerazione delle condizioni incerte di un futuro ignoto. Detto altrimenti, l’attitudine, sottoposta a vincoli, a gestire (oggi) i flussi produttivi presenti sul territorio, facendoli interagire con il principale fattore di produzione: il capitale umano, per la realizzazione di beni e servizi da destinare al mercato (domani).
Considerando l’impresa un nodo di cooperazione sociale il cui fine (soddisfazione del cliente) trascende gli interessi delle parti (remunerazione per i servizi resi), il prodotto di un’evoluzione storica il più delle volte “irriflessa” in cui i singoli attori, perseguendo fini differenti, coordinano le loro attività e svolgono l’attività produttiva, riteniamo che essa possa operare come straordinario strumento di inclusione sociale, contribuendo alla creazione di un valore multidimensionale . In tale logica, è possibile comprendere le ragioni autentiche per cui tanti studiosi di management ed economisti sostengono che dietro la nozione di impresa ci sia il concetto di gestione fiduciaria che, se da un lato racchiude in sé l’idea di proprietà, dall’altro non ne esaurisce il significato, in quanto sottolinea la “sovranità del consumatore” rispetto alle scelte manageriali.
Dopo aver individuato il fine dell’impresa, sottolineiamo la sua natura dinamico-evolutiva che, sottoponendo a sistematica e reiterata prova un’idea imprenditoriale, sviluppa la propria propensione di istituto produttore di ricchezza. Il carattere sperimentale è di fondamentale importanza qualora si pensi all’impresa come ente complesso, al cui centro è posta l’opera dell’imprenditore e del dirigente ai quali spetta la guida di un organismo difettoso, fragile, conflittuale e perfettibile, un organismo che, parafrasando le parole di Vitale, può vivere solo in una società pluralista ed aperta, i cui soggetti siano responsabili, un organismo che necessariamente è tenuto a coniugare continuamente fermezza ed umiltà, in un incessante e rischioso processo di tentativi ed errori.
In terzo luogo, la funzione civile di motore per lo sviluppo. Quanto a quest’ultima, trascurare la funzione di creazione del valore economico, evidenziando quella distributiva, presuppone l’assunto che la ricchezza sia un dato e che quindi sia da considerare un elemento stabile nell’ambito di un’economia stazionaria. L’autentico profitto imprenditoriale è quanto di nuovo (di inesistente) l’imprenditore ha saputo creare attraverso la sua abilità di porre in essere un’organizzazione del lavoro produttivo, dopo aver onorato tutti i contratti stipulati con le parti che costituiscono l’impresa.
È questa, in parte, la prospettiva schumpeteriana che, se da un lato esprime una dinamica tutta interna al processo di sviluppo economico, sotto il profilo metodologico, ci offre l’opportunità di sottolineare l’esigenza che tutte le istituzioni – dunque anche quelle politiche – siano improntate al principio della “distruzione creativa”. In definitiva, che siano scalabili e che le rendite di posizione non siano che esiti provvisori in attesa che i competitors, in forza del loro merito, si mostrino in grado di rompere la routine e di modificare gli equilibri di potere.
In dottrina, il problema del profitto imprenditoriale è stato affrontato soprattutto dagli autori neoclassici tra il 1890 e il 1920 . Evitando semplicistiche e superficiali rassegne, ci limitiamo a riconoscere l’originalità di Joseph Schumpeter rispetto ai suoi contemporanei, i quali hanno evidenziato elementi quali le “frizioni economiche” (John Bates Clark), il “rischio” (Frederich Bernard Hawley), “l’incertezza” (Frank Knight). Per Schumpeter i profitti sono il frutto delle “innovazioni imprenditoriali”. Egli interpretava la funzione imprenditoriale come portatrice di nuove combinazioni che avrebbero portato a nuovi metodi di produzione e/o alla produzione di nuovi beni.
Le qualità energiche e la funzione di leadership consentono all’imprenditore di rompere la routine economica, mettendo in pratica innovazioni che altri imprenditori, pur intravedendole, non sanno realizzare. Le innovazioni imprenditoriali danno vita a ciò che Schumpeter chiamò la “distruzione creativa”, intendendo per essa il continuo processo di rottura dell’equilibrio, un processo che vede la sistematica scomposizione e “distruzione”, ogniqualvolta entri in gioco l’opera innovativa dell’imprenditore. Per Schumpeter, dunque, il profitto è il frutto di un processo innovativo che, squilibrando il sistema di mercato, dà vita ad una situazione di temporaneo monopolio, con la relativa creazione di un extra profitto, che tuttavia tende a scomparire a causa dell’ingresso nel mercato profittevole di nuovi concorrenti i quali si sentono attratti dalla redditività del nuovo mercato. Quest’ultimo, dunque, torna in equilibrio in attesa di altre innovazioni .
Accanto alla teoria di Schumpeter troviamo quella di Ludwig von Mises del cosiddetto “arbitraggio” . Se per il primo, il compito imprenditoriale consiste nel produrre la rottura della routine mediante l’innovazione, per il secondo sarà la capacità dell’imprenditore di individuare meglio di altri le condizioni migliori sul mercato di oggi, che gli consentirà di ottenere un profitto sul mercato di domani. In definitiva, per Mises l’imprenditore che fa profitti è colui che vede le opportunità che altri, per errore o incapacità, non riescono a vedere. Tanto nella prospettiva schumpeteriana quanto in quella misesiana (da non confondere e da non sovrapporre ), l’imprenditorialità è, per usare una metafora dell’economista neo-austriaco Israel Kirzner, allievo di Mises, la capacità di vedere in mezzo all’oceano, sulla linea dell’orizzonte, il profilo tracciato dalle terre emerse, lì dove altri, per secoli, avevano sempre visto soltanto le nuvole .
Per secoli si è creduto che la principale forma di capitale e di ricchezza fosse la terra, mentre il lavoro e la creatività fossero soltanto elementi sussidiari, certo indispensabili, ma subordinati alla fonte primaria, abili esclusivamente a far emergere la ricchezza insita nella terra. Oggi è fuor di dubbio che l’inventiva e la scoperta sono universalmente considerate le cause di ricchezza più energiche che il genere umano abbia mai conosciuto. Il modo migliore per esprimere una tale virtù-attitudine ci sembra sintetizzato nelle parole dell’economista d’impresa Peter Drucker. Questi ha posto l’accento sulla nozione di conoscenza ed ha in tal modo restituito alla scienza economica il fattore umano: «Adesso sappiamo che la fonte della ricchezza è qualcosa di specificamente umano. Se applichiamo la conoscenza a mansioni che già sappiamo svolgere, la chiamiamo “produttività”. Se applichiamo la conoscenza a compiti che sono nuovi e diversi, la chiamiamo “innovazione”. Soltanto la conoscenza ci permette di realizzare questi due scopi» .
Dunque, dal nostro punto di vista, l’imprenditorialità nasce dalla considerazione che i cittadini sono sovrani, spetta quindi a loro accorgersi degli eventuali pericoli, delle esigenze e delle opportunità, ed assumere, di conseguenza, i provvedimenti del caso, con senso di responsabilità e di comunione. Questa virtù, in ragione della rigorosa applicazione del principio di sussidiarietà e di self-government, è la forma che nelle nostre società assume la tradizionale nozione di giustizia sociale; volendo citare il teologo e politologo Michael Novak: “la giustizia sociale è, essenzialmente, l’azione del libero associazionismo” .

3. Imprenditorialità e assetti istituzionali

Se, dunque, occorre riconoscere proprio all’imprenditorialità (nei termini sin qui evidenziati) il ruolo di leva essenziale per la crescita economica – alla luce di quel nesso inscindibile che, come abbiamo visto, lega le caratteristiche degli assetti istituzionali a quei processi economici capaci di determinarla (soprattutto in termini di incentivi e disincentivi) – è altresì necessario rilevare il fondamentale ruolo svolto proprio da queste ultime nell’incentivare e nel sostenere l’imprenditorialità e, in definitiva, nel processo di creazione e di distribuzione della ricchezza. Sia consentita, a questo punto, una metafora che può aiutare a comprendere meglio la portata e le implicazioni di tale affermazione.
Immaginiamo di essere ad una festa di compleanno dove il festeggiato sono le istituzioni, gli invitati sono i cittadini e la torta è, invece, la ricchezza di un Paese. Come in qualsiasi festa che si rispetti, anche in questa, tra gli invitati ci sarà qualcuno più affamato di altri, qualcuno più avido, che vorrà arraffare le fette più grandi della torta non per fame ma per mero bisogno di affermazione personale e, infine, qualcuno che avrà meno mezzi di altri per difendersi contro il rischio di rimanere a bocca asciutta. Al momento del taglio della torta, al festeggiato si presenteranno tre possibilità: dividere (facendolo personalmente, ovvero, ponendo delle regole all’iniziativa di ciascuno) la torta esistente in parti eguali accertandosi che nessuno ne rimanga senza; lasciare che i più avidi si approprino delle fette più grandi della torta, sottraendola agli invitati più deboli, avallando tale comportamento e limitando il proprio intervento a garantire che ai restanti invitati sia offerto il minimo indispensabile affinché la festa non sfoci in una rissa; e, infine, coinvolgere tutti gli invitati nell’incremento delle dimensioni della torta, ripartendo la nuova torta non necessariamente in parti uguali, ma in modo da premiare (sulla base di regole imparziali) il contributo di ciascuno e garantendo comunque che nessuno rimanga a bocca asciutta (anche qui, secondo regole imparziali).
In tutte e tre le ipotesi, gli invitati hanno verosimilmente potuto assaggiare la torta, seppur con effetti ed implicazioni differenti, tanto sul fronte della soddisfazione dei bisogni individuali, quanto del livello di coesione tra i partecipanti. Fuori metafora, gli scenari ipotizzati descrivono sia le dinamiche attraverso cui gli individui acquisiscono la ricchezza, sia come le stesse risultino fortemente influenzate dal ruolo delle istituzioni. Mentre i primi due casi si riferiscono a modalità di accumulazione della ricchezza basate sulla semplice ridistribuzione dell’esistente, la cui equità è strettamente dipendente dalle modalità di intervento delle istituzioni; il terzo si basa sul modello della crescita economica la quale, a sua volta, è influenzata dalla capacità delle istituzioni di indurre gli individui a contribuire alla crescita e, al pari delle altre, di ridistribuire sulla base del merito di ciascuno (ovvero del libero contributo offerto da ciascuno) e del vincolo di solidarietà che fa da collante alla comunità sociale. In tutti e tre i casi cambia profondamente il ruolo assunto dalle istituzioni che, come sottolineato da John R. Commons , si risolve nella “distribuzione e ridistribuzione di incentivi, funzionale a quello che viene ritenuto essere l’assetto più opportuno dei rapporti fra gli individui e le classi”.
La crescita economica, dunque, deve poter contare, nello stesso tempo, su imprenditori capaci di innovare, innescando continui processi di distruzione creatrice e, nello stesso tempo, su istituzioni in grado di sostenerne l’operato alimentando un circolo virtuoso tale per cui la presenza di queste sia essenziale ai fini della rigenerazione del sistema imprenditoriale. È evidente dunque, sulla scia delle riflessioni contenute nel precedente capitolo, quanto il rapporto tra imprenditoria e politica sia decisivo per la crescita economica e quanto, da esso, dipenda la qualità delle istituzioni. Un’economia libera, incline all’innovazione e alla competizione, richiederà istituzioni necessariamente inclusive capaci di garantire nel tempo la propria rigenerazione; viceversa, un capitalismo poco incline alle regole del mercato e poco propenso all’innovazione cercherà il sostegno e l’avallo di istituzioni estrattive al fine di proteggersi dalla concorrenza, investendo su attività volte ad arraffare risorse piuttosto che ad accrescere la ricchezza complessiva di un Paese, limitandosi a garantire esclusivamente la propria sopravvivenza.
Soprattutto in contesti di maturità economica, affinché un sistema economico possa restare sulla frontiera tecnologica o contribuire esso stesso a determinarla e, quindi, per promuovere la crescita e lo sviluppo di un Paese, laddove presenti, è necessario spezzare quelle catene che legano le oligarchie alle istituzioni politiche e dalla cui esistenza deriva la spirale estrattiva che distrugge ricchezza anziché crearla. Nel contempo, la comparsa di nuove istituzioni inclusive e l’adozione di specifiche politiche pubbliche deve indirizzare verso la conversione del sistema capitalistico di un Paese verso un mix di imprenditorialità diffusa e grande impresa capace di innescare la crescita economica . A tal fine, ferme restando le specificità di ciascun Paese e sistema economico – sulla scorta delle analisi di William J. Baumol, Robert E. Litan e Carl J. Schramm , di Richard A. Posner , di Arthur C. Brooks e degli spunti sempre attuali forniti dall’opera di Micheal Novak e dei principali esponenti dell’ordoliberalismo – riteniamo che in tali situazioni si possa agire solo attraverso l’adozione di riforme strutturali in campo economico e sociale, tese alla definizione di una cornice istituzionale fondata su otto pilastri: 1) difesa della libertà di intrapresa economica, facilitando l’avvio di un’impresa ed il suo sviluppo, 2) remunerare l’imprenditorialità produttiva, 3) disincentivare la “prenditorialità”, ovvero, l’imprenditorialità improduttiva, 4) promuovere la concorrenza e l’innovazione costante, 5) promuovere l’istruzione e la mobilità sociale, 6) garantire la stabilità macroeconomica, 7) promuovere una democrazia inclusiva, 8) investire nella coesione sociale.
È però bene chiarire sin d’ora che il nostro approccio al problema della crescita economica non vuole suggerire né l’introduzione di nuove norme, né la costruzione di nuove strutture burocratiche. Nel senso che, come si avrà modo di evidenziare con riguardo all’analisi della situazione italiana, laddove al centro del problema economico vi sia la natura estrattiva delle istituzioni, la soluzione non potrà mai passare attraverso la mera adozione di un qualche provvedimento normativo. La storia dimostra come, anche a fronte di riforme ben congeniate, sia in realtà la fase implementativa il vero punto debole di qualsiasi approccio di questo tipo. Per tali ragioni, la nostra riflessione vuole soffermarsi sul nodo politico del problema, incentrandosi sulla necessità di far emergere una nuova cultura delle istituzioni da cui possa scaturire un nuovo equilibrio tra pubblici poteri, individui e società civile . Solo a partire da esso, infatti, potrà derivare una coerente cornice istituzionale – fatta di regole (prima ancora che di norme), valori e comportamenti concreti – incentrata sulla difesa della libera iniziativa economica e sulla coesione sociale, dove i pubblici poteri possano agire come arbitri imparziali e autorevoli, e gli individui possano essere liberamente e concretamente artefici del proprio destino, legati dal vincolo di solidarietà derivante dal condiviso riconoscimento del valore supremo della dignità della persona.

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