I caratteri delle istituzioni inclusive e di quelle estrattive

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1. Istituzioni estrattive vs. istituzioni inclusive

A proposito di “istituzioni inclusive” e di “istituzioni estrattive”, per dirla con la felice distinzione operata dagli scienziati sociali Daron Acemoglu e James A. Robinson nel loro fortunatissimo libro Perché le nazioni falliscono, è intenzione di chi scrive proporre un’analisi della difficile fase che interessa il nostro Paese, evidenziando come la qualità inclusiva delle istituzioni economiche sia all’origine della ricchezza di una nazione e come, contestualmente, tale qualità dipenda dalla qualità delle istituzioni politiche. Intendiamo dunque affermare che la qualità delle nostre istituzioni economiche è tutt’altro che indifferente alla stessa delle istituzioni politiche e che la loro interazione o reciproca interferenza può generare povertà ovvero ricchezza .
La tesi che intendiamo portare all’attenzione del lettore è che «I paesi del mondo hanno una diversa capacità di sviluppo economico per via delle loro differenti istituzioni, delle regole che influenzano il funzionamento dell’economia e degli incentivi che motivano i singoli individui» . Per “estrattive” Acemoglu e Robinson intendono le istituzioni che comportano una realtà sociale fondata sullo sfruttamento della popolazione e sulla creazione di monopoli. Così facendo, riducono gli incentivi e la capacità di iniziativa economica della maggior parte della popolazione. Per “inclusive” si intendono invece le istituzioni che permettono, incoraggiano e favoriscono la partecipazione della maggioranza della popolazione ad attività economiche che facciano leva sui talenti e sulle abilità, permettendo alle persone di realizzare il proprio intimo progetto di vita. I caratteri che definiscono la qualità inclusiva delle istituzioni sono il rispetto del diritto di proprietà privata, un sistema giuridico imparziale e una tale quantità di servizi, tale per cui ciascun cittadino possa godere di uguali opportunità di accesso ai processi democratici e di mercato; Acemoglu e Robinson ritengono che l’inclusività delle istituzioni debba prevedere anche la possibilità di aprire nuove attività e di scegliere liberamente la propria occupazione.
In tal modo, le istituzioni economiche assumono il carattere inclusivo, dal momento che promuovono l’attività economica, la crescita in termini di produttività e la prosperità materiale. L’elemento giuridico, quale ad esempio la sicurezza dei diritti di proprietà, ha un’importanza cruciale. Quale imprenditore investirebbe il proprio talento, le proprie idee e il proprio patrimonio lì dove non fosse garantito il diritto di proprietà e qualora si attendesse che il suo guadagno venga rubato, espropriato o ridotto drasticamente da un sistema fiscale iniquo, oppressivo e incomprensibile? La qualità istituzionale può rappresentare l’incentivo o la remora fondamentale agli investimenti, nella misura in cui il riconoscimento dei diritti alla partecipazione politica ed economica sia diffusa all’interno di una comunità.
Un presupposto fondamentale affinché le istituzioni inclusive emergano e prevalgano sulla tentazione neofeudale di intraprendere il binario morto dello sviluppo oligarchico, tipico delle istituzione estrattive, è che le istituzioni economiche inclusive necessitano e si servono dei pubblici poteri: «Le istituzioni economiche, per essere inclusive, devono fondarsi sul godimento di diritti di proprietà sicuri e opportunità economiche da parte di un’ampia e trasversale porzione della società, e non solamente di una élite» . In pratica, la garanzia dei diritti di proprietà, la legislazione, i servizi pubblici, la libertà negli scambi e nella stipula dei contratti sono tutte condizioni che dipendono dai pubblici poteri, ovvero, da quelle istituzioni che detengono il potere coercitivo, «necessario a imporre l’ordine, prevenire i furti e truffe e far rispettare gli accordi firmati dai privati», e quello autoritativo nell’esercizio delle funzioni amministrative. Ad ogni modo, per quanto tali elementi siano necessari, crediamo, con Acemoglu e Robinson, che non siano ancora sufficienti a spiegare la qualità inclusiva delle istituzioni economiche. Affinché una comunità civile possa prosperare e funzionare nel migliore dei modi, sono altrettanto necessari alcuni servizi pubblici: le strade e le più avanzate reti di comunicazione, le infrastrutture e tutto ciò che consenta alle persone, alle merci e alle idee di circolare e alle attività economiche di emergere e di prosperare.
Un aspetto fondamentale delle istituzioni inclusive è che esse tendono a dar vita a mercati inclusivi. Una misura della qualità inclusiva di un qualsiasi mercato è che, oltre a riconoscere la libertà di ciascuno di perseguire le proprie aspirazioni, cercando la realizzazione delle proprie capacità, offre anche la concreta possibilità di farlo: «chi ha valide idee sarà in grado di avviare un’attività imprenditoriale, i lavoratori tenderanno a scegliere i settori dove la produttività è più alta e le imprese meno efficienti saranno sostituite da altre che lo sono di più» . Il che può avvenire dal momento che le istituzioni economiche inclusive sono portatrici di altri due fattori determinanti per lo sviluppo economico: la tecnologia e l’istruzione. Perché si abbia una crescita economica dinamica, solida e prolungata è necessario che i fattori di produzioni tangibili e intangibili diventino sempre più produttivi e tanto l’istruzione quanto lo sviluppo tecnologico vanno esattamente in questa direzione.

2. Come istituzioni politiche influenzano quelle economiche e viceversa

Uno dei fattori chiave che contribuisce all’emergere di istituzioni economiche inclusive è il contesto politico. Per contesto politico intendiamo il sistema politico istituzionale a cui spetta di stabilire le regole del gioco che “presiedono la struttura degli incentivi nell’ambito politico”. In definitiva, sono le regole che determinano come registrare la rappresentanza politica, come articolare la distribuzione del potere e delle competenze all’interno dello stato; sono le regole che stabiliscono chi detiene il potere, come è detenuto, per quali fini ed entro quali limiti esso possa essere esercitato. Sono le regole che ci dicono se il potere è concentrato nelle mani di pochi, i quali operano senza limiti, ovvero se lo stesso è distribuito, diffuso e ordinatamente posto entro più o meno rigidi limiti costituzionali. Quando il potere è distribuito, non concentrato e soggetto a regole ben precise, allora abbiamo a che fare con un assetto politico istituzionale di tipo pluralista e l’esercizio del potere è gestito da una pluralità di fazioni e di gruppi aventi interessi contrastanti .
Un assetto politico istituzionale è inclusivo nella misura in cui presenta i caratteri di sufficiente centralizzazione e di massima pluralità possibile, qualora dovesse venir meno almeno uno di questi due elementi, avremmo a che fare con istituzioni politiche di tipo estrattivo. Tra istituzioni politiche e istituzioni economiche esiste un rapporto sinergico. Si pensi ad esempio a come le istituzioni politiche di tipo estrattivo concentrino il potere nelle mani di una ristretta cerchia di persone, le quali, a loro volto, concepiscano l’opportunità economica come una chance da garantire – in modo tendenzialmente esclusivo – ad alcune élite, affinché possano “estrarre” le risorse, che invece potrebbero e dovrebbero andare a vantaggio dei tanti, per il proprio esclusivo godimento. Acemoglu e Robinson sostengono che le istituzioni economiche estrattive altro non sono che il naturale complemento dei sistemi politici estrattivi, i quali si serviranno delle istituzioni economiche anche per la propria sopravvivenza politica. Di contro, le istituzioni politiche di tipo inclusivo, avendo come propria ragione sociale la distribuzione del potere, tendono a rendere la vita difficile alle istituzioni economiche estrattive, le quali, al contrario, si presentano con l’unica finalità di espropriare la maggioranza della popolazione, porre barriere d’ingresso nei mercati e distorcerne il funzionamento a vantaggio dei pochi .
A questo punto della discussione, possiamo affermare che la reciproca interferenza tra istituzioni politiche estrattive e istituzioni economiche estrattive è all’origine di quel “circolo vizioso”, in forza del quale un determinato sistema politico istituzionale offre all’élite che detiene il potere gli strumenti per modellare a proprio uso e consumo le istituzioni economiche. Una classe politica che si nutre di un sistema istituzionale che non pone limiti alla sua volontà di potenza e che, in tal modo, ipoteca il proprio futuro, autodefinendosi necessaria e finendo per essere inamovibile. L’aver plasmato le istituzioni economiche a propria immagine e somiglianza, per il proprio uso e consumo, farà sì che le istituzioni economiche estrattive arricchiranno l’oligarchia politica che le ha rese possibili, la quale potrà in questo modo consolidare il proprio potere politico, grazie alle risorse economiche provenienti da quelle istituzioni economiche estrattive.
Così come le istituzioni estrattive sono il reciproco di quelle inclusive, anche il “circolo vizioso” appena descritto non è altro che il reciproco del cosiddetto “circolo virtuoso” delle istituzioni inclusive. Possiamo dire con i nostri Autori che le istituzioni economiche inclusive sono il risultato di istituzioni politiche altrettanto inclusive; di quelle istituzioni che, potendo essere scalabili, secondo la logica schumpeteriana della “distruzione creativa”, consentono il continuo ricambio della classe dirigente e la massima distribuzione del potere, ponendolo entro limiti certi che ne impediscano l’esercizio arbitrario. Oltretutto, tali istituzioni se non impediscono in modo assoluto, tendono a ridurre il rischio che qualcuno si impadronisca del potere per minare le fondamenta del sistema inclusivo. Se è vero che le istituzioni politiche inclusive favoriscono la nascita di istituzioni economiche della stessa natura, è altrettanto probabile che queste ultime mal tollerano le prime, non potendo operare in un contesto di tipo assolutistico, arbitrario e oligarchico: «Le istituzioni economiche inclusive tendono anche a ridurre i privilegi di cui godono le élite grazie al controllo del regime politico estrattivo, poiché le obbligano a confrontarsi con l’esistenza di mercati competitivi e ad agire entro i limiti di un sistema di contratti e diritti di proprietà diffuso nella società» .

3. Potere, interessi particolari e distorsioni democratiche

Alla radice del discorso sin qui svolto e in particolare, del circolo vizioso delle istituzioni estrattive v’è, senza dubbio, il rapporto tra libertà e sistema politico. Un contributo particolarmente importante su questo fronte ci è offerto da Friedrich August von Hayek che, ne Il sistema politico di un popolo libero, evidenzia come siamo ormai così tanto abituati a che le attività dei governi producano risultati che pochi hanno voluto o previsto, da considerare questo quasi come una caratteristica inevitabile della democrazia.
In realtà, al pari di altri sistemi politici, anche la democrazia necessita di limitazioni del potere poiché “la necessità di formare maggioranze organizzate per appoggiare particolari programmi d’azione in favore di particolari gruppi speciali [introduce] una nuova forma di arbitrarietà e parzialità, e [produce] risultati in contrasto con i principi morali della maggioranza. […] il risultato paradossale di possedere un potere illimitato consiste nel fatto che è impossibile per un corpo rappresentativo far prevalere i principi generali, su cui ci si trova d’accordo, perché in tale sistema la maggioranza, onde rimanere tale, deve continuamente cercare di acquisirsi il sostegno di diversi interesse, concedendo benefici speciali a particolari gruppi di individui”.
L’attualità del pensiero di von Hayek rappresenta un monito verso chiunque, in nome del consenso acquisito democraticamente, ritenga di potersi arrogare il diritto di decidere di ogni questione particolare a seconda di come si accorda con la maggioranza politica del momento, esibendo un malinteso concetto di sovranità popolare. La verità è, come osservato Alexis de Tocqueville ne La democrazia in America, la democrazia è esposta ai medesimi rischi dei regimi autoritari, per effetto di quella che egli chiama tirannide della maggioranza e dispotismo dell’amministrazione.
Ma v’è di più che questo. Scrive von Hayek “gli elettori di un corpo legislativo i cui membri siano principalmente interessati ad assicurarsi e conservare i voti di gruppi particolari, procurando ad essi benefici speciali, non si cureranno tanto di quanto riceveranno gli altri ma piuttosto di quanto loro stessi guadagneranno dal mercanteggiamento. Di norma, essi raggiungeranno un accordo solamente quando si tratta di concedere qualche cosa ad altri, di cui sanno poco, e di solito a spese di terzi, come corrispettivo del raggiungimento dei propri scopi, senza nemmeno considerare se le varie richieste siano giuste o meno. Ogni gruppo sarà persino pronto a concedere benefici iniqui, provenienti dalle casse dello stato, per altri gruppi se questa è la condizione per ottenere il consenso degli altri su ciò che il gruppo si è abituato a considerare come proprio diritto. Il risultato di questo processo non corrisponderà ad alcuna idea sulla giustizia e a nessun principio; non ci si baserà su un giudizio di merito, ma sulla convenienza politica. Il principale obiettivo diventerà inevitabilmente la spartizione di fondi estorti a qualche gruppo minoritario”.
Difficile non cogliere la sintonia tra il pensiero di von Hayek e quello di Acemoglu e Robinson. Essa è la perfetta descrizione di un sistema politico dai connotati estrattivi in cui “ogni piccolo gruppo di interesse può far esaudire le proprie richieste, non col persuadere la maggioranza che queste siano giuste o eque, ma minacciando di non dare più l’appoggio necessario a quel nucleo di individui che vogliono costituire una maggioranza.[…] i congegni del meccanismo di votazione, che danno espressione a ciò che chiamano la “volontà della maggioranza”, non corrispondono certamente a nessuna opinione della maggioranza su quanto è giusto o sbagliato”. In un tale sistema, la maggioranza di governo non mette in atto ciò che la maggioranza degli elettori desidera, ma solo ciò che ogni gruppo della maggioranza stessa deve concedere agli altri per avere il loro appoggio al fine di ottenere quel che si desidera effettivamente.
In un simile contesto, i partiti politici si riducono ad essere mere coalizioni di interessi organizzati le cui azioni sono determinate dalla logica intrinseca ai loro meccanismi, piuttosto che da principi generali o ideali sui quali concordare. Ciò finisce per far sì che, tali partiti finiscano per “usare il potere per imporre alla società una particolare struttura”, piuttosto che per “creare le condizioni che permettano alla società di evolversi”.
È il circolo vizioso delle istituzioni estrattive, per effetto del quale si genera solo l’impoverimento materiale e morale di un popolo. Contro una simile forma di democrazia autodistruttiva – necessario prodotto di un governo illimitato, nello stesso tempo “corrotto” eppure estremamente debole – l’inclusione si pone quale irrinunciabile forma di limitazione del potere e condizione essenziale per non far scomparire il processo spontaneo di interazione tra gli individui.
Non si tratta di negare l’importanza del ruolo svolto dalla politica, ma al contrario, di condividere le considerazioni di von Hayek secondo cui “la politica è diventata in gran parte troppo importante, troppo costosa e dannosa, che assorbe troppe energie mentali e risorse materiali, e che allo stesso tempo perde sempre più il rispetto e l’appoggio del pubblico, il quale è giunto a considerarla sempre più come un male necessario ma incurabile, che non si può non sopportare”. In questo senso, “l’attuale ampiezza, lontananza e diffusione dell’intero apparato politico non sono stati scelti dagli uomini, ma sono il risultato di un meccanismo autoalimentantesi, innescato senza prevederne gli effetti. Il governo non è certo oggi un essere umano di cui ci si può fidare, come potrebbe ancora suggerire agli ingenui il tradizionale ideale del buon governante. Non è neppure il risultato della saggezza di rappresentanti fidati, la cui maggioranza si accorda su quel che è meglio. È un meccanismo diretto da necessità politica, solo lontanamente toccate dalle opinioni della maggioranza”.
Contro la tendenza della politica ad innescare dinamiche estrattive che inducono i governi e le assemblee rappresentative ad usare il proprio potere a beneficio di interessi speciali secondo la logica della maggioranza, l’affermazione del primato del diritto e la negazione del potere della maggioranza di concedere benefici discriminanti a gruppi o individui con l’obiettivo di alimentarne il consenso, rappresenta il principale anticorpo delle istituzioni inclusive. Su questo fronte, von Hayek afferma che il principale problema dell’ordine sociale “è l’efficace limitazione del potere” e che, condizione per poter continuare a veder crescere la civiltà, è proprio l’adozione di un preciso modello costituzione in grado di limitare tale potere, delineando “un quadro di riferimento salutare per il libero sviluppo di una società, senza dare a nessuno un potere di controllo su questo sviluppo medesimo”, tale da rendere impossibile la distruzione della democrazia e l’avvento dei poteri (di fatto) totalitari.
La ricetta di von Hayek, e ancor prima della Scuola di Friburgo, rappresentano ancora oggi una prospettiva irrinunciabile per un sistema istituzionale di tipo inclusivo. Il ruolo assegnato alla costituzione nell’ambito dei sistemi democratici e l’affermata esigenza di contenimento della politica, funzionale ad assicurare lo spontaneo evolversi della società, sono perciò i caratteri irrinunciabili di un tale modello istituzionale e per questo condizioni essenziali per la promozione di quella libertà inclusiva che, posta in costante dialogo tanto con il sistema politico quanto con quello economico, è alla base del modello di sviluppo umano integrale.

4. La libera iniziativa economica

Soffermiamoci brevemente su uno dei caratteri che forgia maggiormente un sistema istituzionale di tipo inclusivo: la libera iniziativa economica. Nella nostra idea di economia civile, capace della maggiore inclusione possibile, compresa nel contesto teorico dell’economia sociale di mercato , il mercato, lungi dallo scomparire, dall’essere demonizzato, canonizzato ovvero dall’essere considerato un male necessario, sulla scia delle parole di Benedetto XVI in Caritas in veritate, è interpretato come uno straordinario strumento indispensabile alla soluzione di umilissimi problemi allocativi dettati dall’umana contingenza ; in pratica, un processo dinamico di reciproca conoscenza e d’inclusione sociale, un processo catallatico – ossia il processo inclusivo mediante il quale da nemico si diventa amico e da estraneo si diventa parte di una comunità – rappresentato dall’insieme delle relazioni tra soggetti liberi e responsabili (è questo un presupposto fondamentale del mercato), e non uno spazio da occupare, un luogo da conquistare.
La dinamica tipica dei processi di mercato è lo scambio in condizione di concorrenza . Il senso civile dell'”economia libera” o imprenditoriale, al centro della quale opera l’impresa, affonda, innanzitutto, nella natura relazionale, unica ed irriducibile dell’uomo e trova la sua prima giustificazione nella sfera antropologica (libertà, creatività, responsabilità e reciprocità) della persona umana. La seconda motivazione riguarda la funzione epistemologica svolta dal processo concorrenziale di mercato: il sistema dei prezzi rappresenta lo strumento migliore per l’allocazione di beni disponibili, guidando le scelte individuali nella direzione conosciuta come più efficiente.
In un mondo complesso, segnato inevitabilmente dall’ignoranza, dalla fallibilità e dal pluralismo delle intenzioni, il processo di mercato, regolato da norme certe che tutelino i diritti di proprietà e la trasparenza dei contratti , è, nello stesso tempo, lo strumento più umile – giacché non contano il censo o la casta – e più efficace – poiché fa leva sul limite umano e, di conseguenza, sul bisogno reciproco – che ci consente di procedere per tentativi ed errori nella direzione di un prudente e realistico processo di sviluppo dinamico, inclusivo e duraturo. Per di più, il processo di mercato ci mette in guardia contro un’insensata, utopistica ed irresponsabile idea di progresso, incapace di tener conto dell’oggettiva limitatezza della natura umana e, di conseguenza, ci pone al riparo dai rischi derivanti dalla “presunzione fatale” del costruttivismo e dell’ingegneria sociale . La rilevanza etica e razionale della concorrenza per l’attività imprenditoriale è ben sintetizzata dal seguente brano di Marco Vitale: «Credo che l’uomo d’impresa, in quanto tale, sia per definizione, per la natura del suo “mandato” di uomo d’azione, alla guida di un organismo collettivo difettoso, fragile, conflittuale e perfettibile, un organismo che può vivere solo in una società pluralista ed aperta, un organismo che ha come ragion d’essere, la necessità di coniugare continuamente fermezza ed umiltà, in un eterno e rischioso processo di try and correct» .
Sicché, se l’economia libera, «inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà» , nella quale opera l’impresa, è suscettibile di una simile interpretazione, essa diventa una dimensione nella quale gli imprenditori, i dirigenti, i lavoratori, i consumatori, i fornitori, i sindacati, le istituzioni bancarie, i funzionari pubblici e tutti i soggetti che interagiscono con l’ente impresa possono esercitare in modo civilmente responsabile le virtù indispensabili all’edificazione della società civile ed essere strumento privilegiato di inclusione sociale.

5. La sussidiarietà e l’autogoverno

Se la libera iniziativa economica esprime il carattere economico che contraddistingue la cifra inclusiva delle istituzioni sociali, il principio di sussidiarietà o di autogoverno ci dice il carattere propriamente politico che caratterizza in maniera inclusiva le stesse istituzioni . Appellarsi alla sussidiarietà come principio di inclusione sociale e strumento di self-government significa, innanzitutto, rilanciare il dibattito su welfare e politiche pubbliche, avendo come orizzonte ideale il rispetto per la dignità della persona umana, a partire dalla ridefinizione dell’offerta pubblica, ossia dei servizi e delle prestazioni fornite dall’ente pubblico a persone, imprese, associazioni ed enti pubblici . Scrivono a tal proposito Ignazio Musu e Luca Antonimi: «L’applicazione del principio di sussidiarietà consente di superare quella forma perversa di governance per cui il monopolio pubblico sulla decisione di spesa relativa ai servizi sociali ha spesso favorito gli interessi dei fornitori (burocrati, sindacalisti etc.) anziché quelli dei destinatari» .
Tra i principali risultati ottenuti dalla moderna epistemologia delle scienze sociali annoveriamo la consapevolezza che la competizione delle idee, dei desideri, dei progetti produce un ordine rispetto alle incalcolabili circostanze della vita reale che nella loro totalità non sarebbe accessibile ad alcuna persona e ad alcuna istituzione ; ne consegue che simile adattamento di natura politica, economica e giuridica non potrà essere ottenuto mediante il ricorso ad una direzione centrale, bensì è la risultante di un processo al quale concorrono in via sussidiaria gli individui e le istituzioni più prossimi alla conoscenza del problema; è questo il fondamento logico del principio di sussidiarietà .
Il principio di sussidiarietà disegna una certa articolazione tra i soggetti che compongono il variegato e poliarchico corpo sociale. Se ammettiamo che la persona, la famiglia e la società hanno una ragione ed una legittimazione autonome dallo stato e che, in un certo senso, lo pongono in essere, ne consegue che quest’ultimo deve in primo luogo rispettare e promuovere le suddette tre dimensione, senza alcuna pretesa egemonica. Ciò significa che lo stato dovrà astenersi dal promuovere azioni che siano di competenza delle comunità che lo precedono. Se in termini negativi è opportuno che una comunità di ordine superiore si astenga dall’intervento, nel rispetto delle comunità di ordine inferiore, in termini positivi, una comunità di ordine superiore dovrà invece intervenire in modo suppletivo e temporaneo con strumenti adeguati per aiutare le comunità ad esplicare le loro funzioni e a svolgere quei compiti che appartengono a loro in modo primario.
Sotto il profilo storico, il principio di sussidiarietà rappresenta un cardine empirico della moderna Dottrina sociale della Chiesa e contrasta con il centralismo tipico dei sistemi che prediligono soluzioni stataliste-monopolistiche nei campi della scuola, dell’impresa e della previdenza sociale. Il principio è formulato in modo organico per la prima volta nel 1931, nell’enciclica di Pio XI Quadragesimo anno, attraverso le seguenti parole: «Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofia sociale: come è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle» .
È appena il caso di ricordare che tale formulazione coincise con l’ascesa dei totalitarismi in tutta Europa: il comunismo sovietico, il fascismo italiano e di lì a poco sarebbe esploso il nazismo in Germania. Al di là delle differenza, il totalitarismo presenta una comune cifra, quella di assorbire le energie spontanee che emergono dall’autonoma azione dei corpi intermedi della società civile e di convogliarle e ridurle sotto il cappello dell’autorità centrale. A tal proposito, valga il motto con il quale Mussolini – ma invero Giovanni Gentile – riassumeva il significato più intimo dell’ideologia fascista: “Tutto nello Stato, dello Stato e per lo Stato, nulla al di fuori dello Stato”.
Al contrario, il principio di sussidiarietà si propone di risolvere, attraverso il ruolo attivo dei soggetti che compongono la società civile, le difficoltà create nel settore privato da un comportamento prettamente egoistico e nel settore pubblico dalla centralizzazione illiberale del potere dello stato. Alla base c’è la certezza che tra lo stato impersonale e l’individuo abbandonato a se stesso, si profili una prima linea di difesa, rintracciabile nei corpi intermedi, nei piccoli plotoni, nei mondi vitali, come ad esempio la famiglia, le imprese, le scuole, le associazioni, le chiese, e che il loro spontaneo agire sia indispensabile per un equilibrato sviluppo della persona umana ed una più compiuta inclusione politica, economica, culturale.
Possiamo riassumere il carattere economico e politico di una società ordinata secondo il paradigma personalista della sussidiarietà nell’affermazione che lo stato non deve avocare a sé le competenze di ambiti che, invece, appartengono ad istituzioni di ordine inferiore, ma, semmai, deve sorvegliare che questi livelli adempiano adeguatamente ai loro compiti, e deve intervenire solo nel caso in cui essi non ce la facciano, prima per sostenerli, e solo dopo, qualora non riuscissero a rispondere ai bisogni, per sostituirli. In breve, vale la nota locuzione di Pio XII, proclamata nel Radiomessaggio al VII congresso dei medici cattolici, riunitisi ad Adsterdam l’11 settembre 1956: “Civitas propter cives, non cives propter civitatem” – “La società è per la persona, e non la persona per la società”.

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